lunedì 28 giugno 2021

Il nome della papera

 Anche quest'anno ho partecipato agli Esami di Stato. Tengo a condividere qui le perle emerse durante i lavori:

"In che periodo è ambientato Il nome della rosa?"

(esita) "Fine ottocento?"

Due giorni dopo, un altro candidato:

"In che periodo è ambientato I Malavoglia?"

(esita) "Nel Medioevo!"

Non osando più chiedere nulla, noi della commissione abbiamo ascoltato ciò che esponevano spontaneamente i candidati, che hanno dichiarato quanto segue:

"1984 di Orwell finisce bene. Winston, il protagonista, si ribella, incoraggiando tutti i cittadini di Oceania a ribellarsi con lui".

"Durante la seconda guerra mondiale molti cittadini non erano a conoscenza della vera funzione dei campi di concentramento. Vedevano questi grandi amplessi, senza sapere quale fosse la loro destinazione d'uso".

Per altre papere raccolte negli anni in diversi ordini di scuola, cliccare qui

mercoledì 2 giugno 2021

Scrivere in altre lingue

La storia della letteratura foisonne di autori che hanno scritto in Sprache diverse dal loro native language. A volte gli inserti sono puntuali e l'effetto è straniante, come nella frase che avete appena letto. Più spesso, gli autori scelgono di adottare una lingua per i motivi più vari e scrivono in quella lingua dall'inizio alla fine dell'opera. 

Tra gli autori più celebri ad aver operato questa scelta si può citare Samuel Beckett, che scrisse la sua pièce più conosciuta, Aspettando Godot, in francese. Beckett allora già viveva a Parigi, ma non parlava un francese fluente, e proprio per questo decise di cimentarsi in quella lingua. Voleva costringersi ad esprimersi nel modo più elementare possibile, a usare poche parole, a sceglierle con cura. Attraverso la scelta di una lingua, Beckett si è costruito un linguaggio.

Molti autori postcoloniali non scrivono nella loro lingua materna, ma in una lingua nella quale hanno letto, imparato, parlato e vissuto molto più di quanto Beckett avesse potuto impratichirsi nel francese ai tempi di Aspettando Godot. Naturalmente la scelta di scrivere nella lingua degli (ex) colonizzatori ha una valenza completamente diversa rispetto a quella di Beckett. Anche in quel caso, però, può essere un'interessante contrainte, un vincolo espressivo che funge da stimolo alla creatività. Abbiamo citato più volte in questo blog autori francofoni che reinventano completamente la lingua francese (uno per tutti Patrick Chamoiseau) ma gli esempi sono numerosissimi anche in ambito anglofono.

Ci sono poi casi ancora più complessi e stimolanti. come quello di Jhumpa Lahiri, una scrittrice statunitense di origine indiana, cresciuta in un contesto multilingue e multiculturale, diventata celebre scrivendo romanzi in inglese, che a un certo punto del suo percorso biografico e professionale ha scelto l'italiano. Si è trasferita a Roma con marito e figli e ha pubblicato, da allora, diversi racconti e un romanzo scritti direttamente in lingua italiana.

La caratteristica più evidente di questi scritti è che il loro tono è profondamente diverso rispetto a quello delle opere scritte in inglese. Sembra quindi che anche in questo caso, scegliere la lingua di espressione significhi scegliere il proprio linguaggio, o addirittura la propria voce. Si tratta ovviamente di un tema di riflessione cruciale per i traduttori. Ci rifletterò ulteriormente. Nel frattempo posto questo brevissimo video in cui Lahiri commenta la sua esperienza di apprendimento di una nuova lingua. Ci sono molte altre interviste più approfondite sullo stesso tema disponibili on line.



lunedì 26 ottobre 2020

DPCM e altre storie

Oggi 25 ottobre 2020 il Presidente del Consiglio Conte ha firmato e illustrato un DPCM relativo ad ulteriori misure eccezionali da applicare per arginare la seconda ondata di covid. Per quanto riguarda la scuola secondaria superiore, l'unico ordine di scuola che sarà toccato dal DPCM, tengo a specificare che il DPCM delega alle regioni e ai singoli Istituti la definizione delle misure da adottare, limitandosi a indicazioni di massima. Gli staff di dirigenza dei singoli istituti secondari superiori sono in attesa delle disposizioni dei singoli governatori per procedere e domani le lezioni si svolgeranno regolarmente. 

Sottolineo inoltre che, contrariamente a quanto emerge da alcuni riassunti del DPCM che stanno già circolando anche su organi di stampa autorevoli, il DPCM non si riferisce ad attività da svolgersi principalmente in DAD (didattica a distanza) ma in DID (didattica digitale integrata) ovvero la didattica che già si sta attuando da questo inizio d'anno 2020-2021. Ciascun istituto la attua in modo diverso: dove insegno io alcune classi seguono le lezioni sia da casa sia da scuola a turno, altre scuole alternano giorni in presenza a giorni a distanza. Immagino che esistano ulteriori modulazioni.

Riconosco che, per la prima volta dall'inizio della pandemia, il Governo sembra aprire all'idea che la scuola, finora considerata un unico calderone, non lo è, se non altro perché i bambini dell'infanzia non hanno una vita sociale comparabile a quella degli adolescenti. Restringiamo quindi temporaneamente il campo alle scuole secondarie superiori. La mia opinione, per quanto sofferta, è che dovremmo passare alla didattica a distanza in questo momento. Magari anche soltanto per un breve periodo, per il tempo necessario a riprendere ad andare a scuola in presenza e in sicurezza. Questo per diversi motivi, il primo è che al momento la DAD non è un'alternativa alla normale frequenza scolastica pre-covid. Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna comparare la DAD alla DID. Personalmente, dopo aver provato la DID sul campo, la trovo didatticamente meno efficace della DAD. Ma non mi dilungo oggi su questo punto. Insisto però sul fatto che, a differenza di ciò che avviene in altri ordini di scuola e di ciò che avviene in altri servizi, i ragazzi delle superiori possono imparare anche a distanza, i docenti delle superiori possono insegnare anche a distanza, forti dell'esperienza e della formazione di questa primavera.

Invece i  ristoranti non possono servire ai tavoli a distanza, i parrucchieri non possono pettinare a distanza  e anche molti commerci al dettaglio si troveranno in difficoltà. L'aspetto paradossale è che i gestori di ristoranti e i negozianti rispettano, anche con investimenti importanti o perdite di guadagno, tutte le misure prescritte, ma devono subire ulteriori riduzioni nel servizio offerto, mentre i ragazzi delle superiori che confluiscono da tutta la provincia in mezzi affollati perché non hanno scelta, che si sbaciucchiano davanti ai cancelli della scuola perché sono adolescenti, sono ufficialmente ancora tenuti, anche se con qualche distinguo, a presentarsi a scuola.

Mi pare ovvio che queste indicazioni rispondano a una sorta di bisogno psicologico collettivo di rassicurazione. Ma mi pare che queste dispendiose rassicurazioni spostino troppo la prospettiva. La percezione generale è che si ammalino solo gli anziani, ma non è esattamente così, e anche se fosse così risolvere il problema abbandonandoli al loro destino mi sembrerebbe una soluzione un filo hitleriana. Gli anziani muoiono più dei giovani, probabilmente. Statisticamente. Ma se è possibile evitare a un qualsiasi nostro concittadino di finire in reparti di rianimazione che hanno già meno letti rispetto a febbraio proprio per le disposizioni anti-covid, mi sembra doveroso farlo. Senza contare quanti, dopo la rianimazione, dovranno affrontare un percorso di riabilitazione, o tutti coloro che stanno morendo per patologie indipendenti dal covid e mai diagnosticate. Tutti questi "effetti collaterali" che non rientrano nel computo dei morti di covid frenano comunque la vita economica e sociale di un paese. L'elefante nella stanza,in questo momento è che i privati che guadagnano dando un'immagine di sicurezza offrono condizioni di lavoro migliori di quelle che offre lo Stato ai propri dipendenti e cittadini tra deleghe, misure palliative, risparmi fuori luogo e appalti. Ma le scuole aperte significano che va tutto bene, sono un "messaggio positivo".

I nodi centrali della questione sono la salute e il lavoro. Nodi peraltro variamente intrecciati tra loro e soprattutto intrecciati all'enorme nodo costituito dalla cosa pubblica. Non entro nel merito dei dati numerici sui contagi, i focolai, i morti e i posti in rianimazione, perché altri ben più competenti di me fanno molta fatica ad interpretarli in maniera univoca ed efficace. Una cosa, però, è certa: non stiamo più vivendo una situazione che non si è mai verificata prima. Abbiamo compreso, a grandi linee, in quali condizioni si diffonde il virus, sappiamo quali strade si possono percorrere in ambito medico-assistenziale per ottimizzare l'offerta di cure, sappiamo come si può lavorare in condizioni di sicurezza. La maggioranza della popolazione si è attenuta e si attiene alle indicazioni sanitarie che sono state impartite anche a costo di rinunce sofferte.

Le persone che non hanno la possibilità di lavorare sono giustamente esasperate. Dopo tutti questi mesi, si aspettano riconoscenza per i sacrifici fatti e vivono come una punizione le ulteriori limitazioni imposte oggi. Se non è possibile farli lavorare in sicurezza (e, ripeto, non entro nel merito, perché non ne ho le competenze) è necessario attivare subito degli ammortizzatori sociali con risorse che abbiamo o che possiamo spostare verso l'ambito sociale per giustificati motivi. D'altra parte se, tanto per fare un esempio, i cinema e i teatri devono chiudere perché la distanza tra gli spettatori non garantisce una sicurezza in quanto l'ambiente è chiuso, allora bisogna considerare che anche i centri commerciali, le fabbriche e le scuole riducono in spazi molto angusti tante persone. Insomma delle due l'una: o le mascherine proteggono anche chi passa molto tempo in spazi chiusi, affollati, angusti e non ventilati, o no. Se no, le conseguenze devono essere le stesse per tutti, e l'eventuale distinguo dovrebbe basarsi sull'eventuale possibilità di offrire i servizi anche a distanza, oppure no, perché entrare nel merito dei "servizi essenziali" è un campo davvero spinoso, specie se gli operatori dei servizi "non essenziali" sono del tutto abbandonati a loro stessi sul piano economico. Non ho parlato molto degli operai perché ho pochi riscontri diretti, ma non credo sia impossibile applicare ciò che sto scrivendo anche al contesto delle aziende. 

Più che a risolvere questioni pratiche, mi pare che chi ci amministra si sia concentrato a cercare compromessi, compromessi più populistici che logici. E, devo dire che quando in primavera "gli statali" erano diventati lo stereotipo di coloro che guadagnavano facendo poco o nulla, stavo per cascarci anche io. Perché sono una dipendente statale e non ho mai smesso di lavorare. Perché anche io sono arrabbiata. Anche io ho fatto rinunce, ho dovuto adeguare ampi stralci della mia vita personale, familiare e professionale a una situazione imprevista. Forse anch'io, a un certo punto, mi sarei aspettata riconoscenza. Ma non mi voglio giustificare, perché la verità è questa: stavo per iniziare a recriminare, rievocando gli anni economicamente (e, come dire, strutturalmente) più duri per me, durante i quali non ho mai avuto alcun tipo di solidarietà da parte di chi faceva altri mestieri, anzi. Al massimo un "te lo sei cercata", mentre la norma era: "ho studiato meno di te e guadagno dieci volte di più". Stavo per pubblicare i dati relativi alle aziende che hanno chiesto la cassa integrazione causa covid per i loro dipendenti che non hanno mai smesso di lavorare. Ma no. No, lasciamo perdere. Meglio non giudicare una o più categorie per la disonestà o il rancore di alcune persone che vi appartengono.

Ma oso ribadire l'urgenza di ammortizzatori sociali, di una certa coerenza e di soluzioni per le famiglie con figli di età tale da non poter essere lasciati in casa da soli. Perché i genitori esistono in tutte le categorie e chiunque abbia figli, anche chi può lavorare e guadagnare, vive un momento di grave difficoltà. Ora più che mai, chi lavora e ha figli non opera nelle stesse condizioni di chi lavora e non li ha, perché a causa del covid non esistono più i prolungamenti all'asilo e all'infanzia, perché in questo contesto si esita a far ricorso a nonni e baby sitter, perché non c'è per nessuno la possibilità di congedi straordinari per occuparsi della loro salute

Non credo che cercare di acquistare dai piccoli esercizi, ordinare piatti da asporto nei ristoranti locali e via dicendo risolverà molto. Comunque si può cominciare da questo.

sabato 18 aprile 2020

I have a dream

Come docente e mamma, mi sento chiamata in causa dall'attuale dibattito relativo alla riapertura delle scuole in tempi di covid, sebbene sia consapevole che la mia opinione vale quanto quella di chiunque altro. Riflettere proficuamente su questo tema è difficile per due motivi. Innanzitutto, il problema è estremamente complesso e articolato, in questo post cercherò di delinearne alcuni aspetti che mi premono particolarmente. In secondo luogo, è necessario sgombrare il campo dalle invettive. Siamo stati nostro malgrado subissati da invettive contro tutto o quasi. Anche volendo restringere il campo all'ambito scolastico, ci sono state invettive contro la mancanza di attività didattica, contro l'eccesso di attività didattica, contro la mancanza di voti, contro i voti, contro gli insegnanti che non si decurtano volontariamente lo stipendio, contro gli insegnanti che continuano a lavorare come se nulla fosse... e spesso queste invettive provengono dagli stessi individui che adesso, al solo profilarsi della prospettiva di lavorare da casa con la costante presenza dei figli, inveiscono ulteriormente perché lo trovano irrealizzabile -salvo che questo è ciò che hanno fatto gli insegnanti dei loro figli in questo mese e mezzo. Per trovare una soluzione efficace bisogna tener presente che, nel contesto attuale, è pressoché impossibile generalizzare. Pertanto, non è il contenuto delle invettive a essere irrilevante: è la loro forma che non è fruttuosa.

Comincio a riflettere su questo tema da docente: i bambini e i ragazzi hanno diritto all'istruzione, che è obbligatoria dai 6 ai 16 anni. Non voglio aprire un'ulteriore questione relativa alla didattica a distanza, ma darò per scontato in questo post che la didattica a distanza non sostituisce la presenza a scuola. Questo è particolarmente evidente per i bambini più piccoli, che (soprattutto quando ancora non sanno leggere) traggono maggior beneficio dalla presenza fisica a scuola per una serie di motivi che non sto a elencare qui perché facilmente intuibili. La necessità di recarsi fisicamente a scuola è particolarmente preziosa anche per i ragazzi con disabilità- fisiche o psichiche che siano. Tuttavia, anche i ragazzi più grandi e in salute, anche i ragazzi che non vivono nessun particolare tipo di difficoltà familiare, economica, sociale (ammesso che esistano) impareranno meglio in un contesto di reale e fisica condivisione rispetto a quello offerto dalla didattica a distanza.

Continuo a riflettere da cittadina: la salute va tutelata ed è un diritto. I milioni di studenti delle superiori che quotidianamente prendono mezzi pubblici sovraffollati per andare in aule sovraffollate ad ascoltare docenti anziani e scambiarsi tenerezze durante la ricreazione non sono meno a rischio dei bambini che vanno in nidi dagli spazi ristretti, mettono in bocca tutto, portano il pannolino o imparano a non usarlo più e si fanno smoccolare dalle tate a loro volta in età a rischio. Inoltre, non dico che in ogni famiglia di ogni persona scolarizzata ci sia almeno un caso di immunodepressione, dico però che le fragilità personali o familiari sono più diffuse di quanto riusciamo a percepire perché quando stanno tutti bene i rischi sono pochi. Pur non essendo un medico e non desiderando addentrarmi nella questione, mi pare chiaro che quando le scuole riapriranno dovranno farlo in modalità diverse da quelle che abbiamo conosciuto finora e/o al termine di ogni tipo di rischio per la salute.

Termino la mia riflessione come mamma: la gestione politica di questa epidemia ha delegato troppo alle famiglie, che sono stremate per motivi non generalizzabili perché ogni famiglia è il frutto di un intreccio di diverse realtà. Per riassumere alcuni dei problemi possibili, citerò solo alcune delle situazioni familiari che conosco direttamente: uno o più membri della famiglia lavorano in ambito ospedaliero o hanno problemi di salute, il che mette a rischio la salvaguardia della salute fisica e psichica / uno o più membri della famiglia devono lavorare o studiare da PC contemporaneamente, con conseguenti problemi di gestione del tempo, delle risorse informatiche e delle energie / uno o più membri della famiglia lavorano fuori casa e si trovano a dover risolvere problemi relativi alla cura dei più piccoli o dei malati e alla logistica / uno o più membri della famiglia hanno perso la propria fonte di reddito e per questo hanno difficoltà economiche e relazionali. In ogni caso (ho citato quelli più comuni, che possono intrecciarsi tra loro o essere complicati da situazioni di difficoltà antecedenti alla quarantena) credo di poter affermare senza sbagliare troppo i calcoli che tutti coloro che hanno figli desiderano che la scuola riapra al più presto per poter beneficiare almeno della sua funzione sociale e magari anche di quella educativa.

E quindi?

Purtroppo non riesco a risolvere su due piedi il problema della riapertura delle scuole e temo che non riuscirà a risolverlo nessun altro leone da tastiera. So di certo però che le recriminazioni e le generalizzazioni sono controproducenti, e in questo frangente ancor di più, so che prendere di mira una qualsiasi categoria (fosse anche quella dei "politicanti"!) non serve ad altro che a creare ancor più confusione in questo momento. Mi auguro vivamente che chi ha potere decisionale in questo ambito sia in grado di mettere in campo un team di esperti che non tralascino nessun aspetto del problema, perché la sinergia e la collaborazione sono l'unica soluzione che intravedo e perché è necessario uno studio attento delle diverse sfaccettature della questione. Di certo, sarebbe anche utile costruire insieme un nuovo tipo di ambiente scolastico, che delega meno alle famiglie di insegnanti e studenti, che tiene conto del fatto che queste famiglie ci sono e che non siamo una serie di automi intenti a svolgere ciascuno la propria funzione. Prevedere classi meno numerose e mezzi meno intasati che permettano a tutti di arrivare a scuola per tempo sarebbe un miglioramento fruttuoso anche nel medio e lungo periodo. Oso anche sognare che questa esperienza collettiva abbia sensibilizzato la popolazione in merito al valore dell'educazione, della scuola e, perché no? anche a quello di un bravo insegnante. Ma sono solo sogni.

giovedì 2 aprile 2020

C'è un narratore in sala?

Trovo simpatici i complottisti, perché sarebbero discreti romanzieri. Infatti nelle trame che cercano di diffondere c'è sempre un elemento realistico o almeno verosimile, e una logica che, in una dimensione parallela, sarebbe stringente. I complottisti di questi tempi propongono la narrazione come conoscenza del mondo, e in questo rispondono a un bisogno umano che, nonostante tutto, resta profondo e radicato. È un peccato però che, sempre più frequentemente, siamo costretti a fare ricorso esclusivo alle loro storie, spesso perché ne mancano altre. È un po' come se fossimo costretti a leggere sempre e solo romanzi rosa e mai García Márquez, Umberto Eco o Thomas Mann.

In un contesto in cui la realtà ha di gran lunga superato molte distopie letterarie, avremmo invece bisogno di narrazioni di ampio respiro, di realismo magico, di leggerezza calviniana. Molti osservatori hanno lamentato la descrizione della pandemia attualmente in corso con il lessico della guerra. Credo che i media e i singoli facciano ricorso a quel lessico perché ci mancano le parole, ci manca l'abitudine a narrare efficacemente il quotidiano e lo straordinario. Questa abitudine ci manca perché la cultura mondiale si sta evolvendo verso un'iperspecializzazione dalla quale è sempre più difficile far scaturire l'inatteso e ancora meno fargli fronte. Complessivamente, assistiamo a un potenziamento e una generalizzazione della cultura scientifica, il che sarebbe un interessante arricchimento, se non andasse di pari passo con la deupauperazione e in alcuni casi lo svilimento della cultura umanistica di cui, credo, gli esseri umani hanno ancora bisogno.

Così come i numeri dei morti e degli infetti da covid-19 non ci servono a interpretare la realtà se non sono attentamente contestualizzati, non è umano misurarsi con l'incommensurabile senza raccontarlo. Abbiamo bisogno di inserire ciò che sta accadendo in uno degli schemi narrativi che abbiamo sempre usato per comprendere il reale. C'è bisogno che qualcuno ci racconti efficacemente la pandemia da covid, con un romanzo, una canzone, un film, un'installazione, una pièce teatrale o con qualsiasi altra cosa che possa solleticare le corde del cuore. Inutile confrontarsi con i numeri incomprensibilmente piccoli che indicano la grandezza delle particelle del virus o con quelli incomprensibilmente grandi che ci parlano dei morti o dei malati. Rileggendo gli eventi secondo certi schemi narrativi, potremo riconoscerli e quindi rielaborarli, affrontarli con creatività. Godendo di un'elaborazione culturale, potremo, forse, capire.

giovedì 26 marzo 2020

Bambini e coronavirus

Avete un po' di tempo a disposizione? Bene, allora vi consiglio di cliccare qui e di leggere questi tre contributi- matrioska che riguardano i "bambini scomparsi per decreto" ai tempi del coronavirus. Posso aggiungere a quanto ampiamente detto da Rosa S., da Wu Ming 4, e anche, marginalmente da Andrea Perego nei tre articoli, che la grande paura dei genitori di bimbi piccoli, di questi tempi non è tanto che il covid-19 colpisca i figli, i quali paiono al sicuro da complicanze serie. La paura più grande corrisponde proprio al vuoto normativo relativo ai bambini: se ci ammaliamo noi genitori, i figli dove finiscono? Se fossero presenti eventuali nonni, affidare loro i nipoti equivarrebbe a condannarli, e d'altra parte non esistono strutture preposte alla cura di bambini non autosufficienti, né, a quanto mi risulta, personale disposto ad occuparsene.
Tutto questo mi ricorda Anna,  di Niccolò Ammaniti, un romanzo che, lo confesso, non ho mai finito di leggere perché l'ho trovato insostenibile, eccessivo anche tenendo conto del genere fantascientifico e post-apocalittico cui appartiene. E che adesso si sta sostanzialmente verificando. Unica differenza: l'epidemia è planetaria e non colpisce una sola e circoscritta regione. Inoltre, ho figli che, contrariamente alla protagonista di Ammaniti, sono troppo piccoli per saper leggere, quindi non potrei nemmeno lasciare loro un quaderno di istruzioni, come capita nel romanzo.
Che fare, quindi? Sicuramente ci sono almeno due azioni simultanee da intraprendere: innanzitutto, nella vita quotidiana, coi miei figli, cerco di essere il più possibile presente e di far fare loro scorta di mamma. Che non si sa mai.
Nella vita pubblica, però è necessaria un'azione di sensibilizzazione che deve necessariamente concretizzarsi in azione politica. Quello dei bambini è solo un esempio che mi tocca da vicino, ma le "falle" nella gestione politica della pandemia sono troppe, e fanno morti. Credo che la situazione abbia evidenziato chiaramente i limiti della decentralizzazione a cascata, che giunge alla fine a responsabilizzare il singolo cittadino in merito a questioni che non sono e non devono essere di competenza del singolo. Ci sono regioni italiane in cui i malati riescono ad avere un respiratore solo se raccomandati da qualche amico. Questa non si chiama solidarietà, si chiama peculato. Ci sono aziende cui è consentito obbligare i lavoratori a recarsi sul posto di lavoro nonostante i rischi sanitari e nonostante i beni prodotti non siano di prima necessità o sia possibile il telelavoro. Mi vergogno che il mio paese sia arrivato a questo punto, e spero che se ne vergognino anche altri, se la vergogna è un sentimento che può incrementare la consapevolezza.

venerdì 13 marzo 2020

Didattica a distanza

Dopo la pubblicazione del mio ultimo post sul coronavirus, mi è stato chiesto quali attività io proponga di preciso ai miei studenti nell'ambito della didattica a distanza. Lo scrivo qui volentieri, nell'ottica di una modesta condivisione di pratiche. Io insegno inglese alla secondaria di secondo grado, ma credo che alcune di queste pratiche si possano adattare facilmente ad altre materie o ad altri ordini di scuola.
Partendo dall'assunto che insegnare significa "tirare fuori" più che "mettere dentro" (per dirla con le parole del già citato Galiano) ho proposto ai ragazzi dei lavori in gruppi di quattro persone da portare avanti via mail, telefono, social media e qualsiasi altro mezzo che la loro fantasia potesse suggerire loro. Ciascun gruppo ha dovuto produrre una presentazione su un argomento dato ed inserire autonomamente le correzioni da me segnalate. In seguito ciascun membro di ciascun gruppo ha poi registrato un video nel quale esponeva in tutto o in parte la presentazione fatta.
Un lavoro simile è stato effettuato anche individualmente (da studenti più grandi). Tra gli argomenti assegnati, c'è stato anche l'impatto del coronavirus sulle professioni (di ambito sociosanitario) alle quali li sta preparando la scuola che frequentano.
In altri casi, ho sfruttato le vaste risorse fornite da internet, proponendo documenti autentici (solitamente in formato video) e utilizzando gli incontri su GoogleMeet per tirare le fila di quanto visto. Internet mi ha fornito anche una serie di esercizi di grammatica che si correggono davanti agli occhi dello scrivente. Trovo che la correzione immediata e immediatamente visibile sia una modalità molto efficace, in quanto le correzioni "in differita" o quelle collettive sono spesso noise e difficili da seguire proficuamente per i ragazzi.
Sugli argomenti di grammatica, internet è anche molto ricco di video illustrativi in italiano, che preferisco alla mia spiegazione on line perché, come detto, li ritengo più adatti al mezzo espressivo scelto. Diciamo che credo che la differenza tra  una spiegazione fornita da un professionista dei video didattici e la mia spiegazione sia un po' come la differenza tra un film e il filmato di una pièce teatrale... la pièce teatrale è più efficace se vista dal vivo. Detto questo, il filmato da proporre lo scelgo io tra i tanti disponibili e resto comunque a disposizione degli studenti per eventuali chiarimenti.
Alcuni dei libri adottati si prestano anche alla didattica a distanza grazie a video, audio e materiale accessibile anche a ragazzi con disturbi specifici di apprendimento o bisogni educativi speciali, che insieme ai ragazzi certificati sono spesso esclusi da alcune modalità di didattica a distanza. I libri più recenti sono anche consultabili via App su cellulare, quindi includono anche gli studenti che non hanno la possibilità di connettersi a internet da pc.
Insomma, credo che la didattica a distanza abbia le sue peculiarità che dovrebbero fornire spunti di riflessione, dovrebbero essere in un certo senso sfruttate e non smussate, poiché non ritengo che ora l'obiettivo non sia la sostituzione della didattica "ravvicinata", ma la proposta di un'altra modalità, forse complementare e comunque diversa.
Nel caso dovessi avere altre idee di didattica a distanza, non esiterò ad aggiornare questo post... stay tuned! (immagine dal sito Il Capitello)
AGGIORNAMENTO: allego questo breve manuale (creative commons) per aumentare l'efficacia della didattica a distanza. Nonostante sia in inglese e relativo a una realtà circoscritta, credo sia sufficientemente chiaro per riflettere ulteriormente sul tema e per essere adottato con qualche piccolo aggiustamento: