Siamo tutti Charlie?

Questa mattina un commando di tre uomini armati con un arsenale da guerra ha fatto irruzione nella redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, ha ucciso 12 persone e ne ha ferite gravemente altre 5.
Chi non conosce la Francia e la cultura francese si chiederà che cosa significhi questa notizia e perché l'evento abbia suscitato un dibattito tanto animato. Charlie Hebdo è un settimanale fondato nel 1969 (poi, col nome attuale, nel 1970) da François Cavanna, di cui abbiamo parlato qui. Il settimanale è da sempre molto contestato perché è caustico, sarcastico e privo di remore nell'attaccare tutte le istituzioni politiche, religiose, culturali, indipendentemente dalle correnti politiche alle quali queste ultime si rifanno. Ciò che ora pochissimi ammettono e ciò che i media italiani non dicono è che l'irriverenza di questo settimanale si esprimeva spesso con articoli e vignette di cattivo gusto e fuori luogo.
Detto questo, a Charlie Hebdo va sicuramente il merito di avere, negli anni, anche attirato l'attenzione su episodi politici o sociali gravi, che altrimenti sarebbero passati sotto silenzio. Inoltre e soprattutto, i redattori di Charlie Hebdo non hanno mai ucciso nessuno! Questo attacco e altri che si sono verificati nel passato hanno trasformato Charlie Hebdo nel simbolo della libertà di stampa contro ogni integralismo e ogni assolutismo. Infatti, nel 2006 e nel 2011 la redazione era già stata vittima di minacce e di un attentato incendiario. Allora come oggi, la matrice degli attentati è islamica. 
Questo complica ulteriormente le cose. Infatti, in particolare in un contesto, come quello francese, nel quale l'islam è la seconda religione e i cittadini mussulmani e/o di origine araba sono tantissimi e ormai non più "visibili", episodi come questo sono facilmente manipolabili e rischiano di instaurare un clima di sospetto. 
Da una parte è comprensibile che i maggiori mezzi di informazione si stringano attorno a una redazione attaccata tanto brutalmente (si veda qui accanto la prima pagina di Libération di domani), tanto più che i caduti cono tra i vignettisti più famosi d'oltralpe e sono conosciutissimi anche da noi: Wolinski, Cabu, Tignous e il direttore Charb. Si tratta di un attacco gravissimo, che non deve costituire un precedente per nessun altro episodio simile.
Dall'altra però, io (ma sono l'unica?) vedo questo episodio come un'occasione offerta su un piatto d'argento a tutti i razzisti, gli estremisti di destra, i politici conservatori, per contribuire a dare una svolta autoritaria alle nostre società. 
Insomma, quest'onda emotiva, pur legittima e condivisibile, sarebbe efficace solo se non si esaurisse tra due giorni (come farà) ma se si trasformasse in una vera, profonda e reale presa di coscienza relativa alla libertà, di stampa e non. In questo 2015 non abbiamo ancora applicato ciò che Voltaire ha detto più di due secoli fa: "non sono d'accordo con ciò che dici, ma combatterò fino alla morte perché tu abbia il diritto di dirlo". Adesso al massimo si mette uno status su facebook per qualche ora.
Più che dichiararsi "Charlie" fino al passaggio della moda sui social network, sarebbe utile cogliere questa tragica occasione per riflettere e cambiare. Chissà, se chi è stato crudelmente e volgarmente deriso da Charlie Hebdo in questi decenni avesse avuto la possibilità di esprimersi in modo analogo a quello dei redattori, forse non saremmo arrivati a questo punto. E anche se ci fossimo arrivati comunque, vivere in un clima di guerra, discriminare ogni cittadino su base etnico-religiosa, pensare a rappresaglie di qualche tipo, può evitare che episodi come questo si ripetano in futuro?
Di certo, se siamo anche minimamente tentati dal controllo, dalla censura, dal ricondurre alla decenza lo scempio che ci circonda NON siamo Charlie. Charlie era tutt'altro.