martedì 22 luglio 2008

Università

Sono scomparsa per qualche tempo, ma eccomi di ritorno al mio diario on-line. Mentre ero in vacanza ho incontrato Riccardo Iacona, il giornalista di Rai3 che fa spesso reportage sulle cose che non funzionano “W l’Italia”, ma anche – e questa soprattutto mi aveva colpito, “W la ricerca”. Non ho resistito alla tentazione di fargli i complimenti, e abbiamo parlato del fatto che lo stato italiano ha speso per me 40 000 euro netti in 4 anni e ora non esiste alcun modo perché io, in Italia, metta a frutto ciò che ho imparato. E non c’è esperienza né competenza che tenga. Il concorso di postdottorato a Bologna è uno solo per tutti i dottori di ricerca della maggior parte delle facoltà umanistiche – il che significa che tutti i dottori in letterature italiana, anglofona, francofona, lusofona, ispanofona, russa, tedesca, per i dottori nelle diverse filologie, e per chissà quante altre materie che ora non ricordo, sono in competizione tra loro per una manciata di posti. Inutile dire che le facoltà fanno “a turno” con accordi più o meno segreti, per accaparrarsi un misero posticino ogni 7 o 8 anni che – inutile negarlo - talvolta viene aggiudicato con metodi clientelari. D’altra parte, come si fa a valutare “migliore” un dottore in una disciplina rispetto al dottore in un’altra, magari con un numero di pubblicazioni uguale? Ovvio, a quel punto, che se un professore si deve scegliere un collaboratore, sceglie qualcuno che conosce, anche solo di lontano.
Comunque, la notizia clamorosa è che quest’anno l'ateneo di Bologna, in cui ho fatto ricerca per 4 anni, non bandirà nemmeno un concorso Postdoc.
Io ho un lavoro. Lo hanno anche le centinaia di dottori di ricerca che hanno ottenuto il titolo negli ultimi 10 anni e non hanno nemmeno una lontana possibilità di mettere a frutto ciò che hanno imparato? L’amarezza di tutto questo non è quella per la mia vita. È quella per un paese che no sa sfruttare le proprie risorse. Durante il dottorato ho fatto esperienze indimenticabili e ho imparato cose che non avrei mai avuto modo di imparare da autodidatta. Anche oggi, la mia vita è soddisfacente, e soprattutto non è finita! Il nodo della questione è proprio il paese in cui viviamo e i suoi paradossi. E a chi mi dice che, in quanto “letterata” sapevo, che avrei avuto difficoltà a impiegarmi nel mio settore, rispondo che non si tratta di un caso personale, ma di un’intera generazione bruciata da un sistema viziato. Se c’è necessità di - che so? 100? 10? 1 posto di “letterato”, traduttore letterario o sim. In tutta Italia, allora le borse di dottorato offerte in tutta Italia in quella materia dovrebbero essere 100, 10 o 1. Inoltre, se le aziende preferiscono assumere il nipote del cugino del titolare, a malapena alfabetizzato, per insegnargli il mestiere dall’inizio e fargli acquisire le competenze necessarie al suo lavoro mentre lavora, allora lo stato dovrebbe prendere atto di questa situazione e ammettere che in Italia i corsi di dottorato di ricerca sono disgiunti dalla vita socio-economica del paese, e in questo senso sarebbe meglio abolirli.

1 commento:

  1. Concordo pienamente con quello che dici. I dottorati si stano svuotando di senso. Non c'è una formazione adeguata che viene data per via dei pochi fondi disponibili. Le università non finanziano neanche i viaggi per fare ricerca. Tutto è così deprimente. Bisogna trovare una soluzione.

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