Bambini e coronavirus

Avete un po' di tempo a disposizione? Bene, allora vi consiglio di cliccare qui e di leggere questi tre contributi- matrioska che riguardano i "bambini scomparsi per decreto" ai tempi del coronavirus. Posso aggiungere a quanto ampiamente detto da Rosa S., da Wu Ming 4, e anche, marginalmente da Andrea Perego nei tre articoli, che la grande paura dei genitori di bimbi piccoli, di questi tempi non è tanto che il covid-19 colpisca i figli, i quali paiono al sicuro da complicanze serie. La paura più grande corrisponde proprio al vuoto normativo relativo ai bambini: se ci ammaliamo noi genitori, i figli dove finiscono? Se fossero presenti eventuali nonni, affidare loro i nipoti equivarrebbe a condannarli, e d'altra parte non esistono strutture preposte alla cura di bambini non autosufficienti, né, a quanto mi risulta, personale disposto ad occuparsene.
Tutto questo mi ricorda Anna,  di Niccolò Ammaniti, un romanzo che, lo confesso, non ho mai finito di leggere perché l'ho trovato insostenibile, eccessivo anche tenendo conto del genere fantascientifico e post-apocalittico cui appartiene. E che adesso si sta sostanzialmente verificando. Unica differenza: l'epidemia è planetaria e non colpisce una sola e circoscritta regione. Inoltre, ho figli che, contrariamente alla protagonista di Ammaniti, sono troppo piccoli per saper leggere, quindi non potrei nemmeno lasciare loro un quaderno di istruzioni, come capita nel romanzo.
Che fare, quindi? Sicuramente ci sono almeno due azioni simultanee da intraprendere: innanzitutto, nella vita quotidiana, coi miei figli, cerco di essere il più possibile presente e di far fare loro scorta di mamma. Che non si sa mai.
Nella vita pubblica, però è necessaria un'azione di sensibilizzazione che deve necessariamente concretizzarsi in azione politica. Quello dei bambini è solo un esempio che mi tocca da vicino, ma le "falle" nella gestione politica della pandemia sono troppe, e fanno morti. Credo che la situazione abbia evidenziato chiaramente i limiti della decentralizzazione a cascata, che giunge alla fine a responsabilizzare il singolo cittadino in merito a questioni che non sono e non devono essere di competenza del singolo. Ci sono regioni italiane in cui i malati riescono ad avere un respiratore solo se raccomandati da qualche amico. Questa non si chiama solidarietà, si chiama peculato. Ci sono aziende cui è consentito obbligare i lavoratori a recarsi sul posto di lavoro nonostante i rischi sanitari e nonostante i beni prodotti non siano di prima necessità o sia possibile il telelavoro. Mi vergogno che il mio paese sia arrivato a questo punto, e spero che se ne vergognino anche altri, se la vergogna è un sentimento che può incrementare la consapevolezza.