La scuola cattolica

Il premio Strega è stato assegnato quest'anno a La scuola cattolica di Edoardo Albinati, opera cui avevo già accennato in un mio post recente. È importante che sia stata offerta un'occasione di visibilità a questo sedicente romanzo dato che alcune recensioni sembrano omaggiarlo solo per la sua mole, peraltro ragguardevole. Si tratta di un'opera organizzata con le logiche del flusso di coscienza e costituita da una serie di riflessioni che orbitano a distanze variabili attorno al delitto del Circeo, i cui autori hanno frequentato la stessa "scuola cattolica" frequentata da Albinati negli stessi anni. Albinati è anche stato compagno di classe del fratello di uno degli assassini.
Nella prima parte, il libro mantiene pienamente le promesse del titolo, compiendo un'analisi dell'educazione impartita al San Leone Magno e confrontando i ricordi di Albinati studente con le esperienze di Albinati docente di italiano in carcere. Più si procede nella lettura, più si comprende quale rovello tormenti il narratore, consapevole di essersi formato nello stesso contesto degli assassini e quindi ossessionato dal delitto come da una proiezione del proprio lato oscuro. Naturalmente a noi lettori non interessa sapere se il rovello e l'ossessione appartengono all'Albinati reale o al suo alter ego letterario. Lo scopo dichiarato dell'opera è in ogni caso quello di uscire da questa ossessione nell'unico modo possibile: ripercorrendo la propria giovinezza e in particolare gli episodi che potrebbero in qualche modo costituire una smagliatura nella rete in cui è inserita la vita dell'adulto di oggi. Pertanto si moltiplicano nell'opera narrazioni di episodi autobiografici veri o verisimili, tutti riuniti dal filo rosso del delitto del Circeo. Molti di essi girano attorno alla scuola o al quartiere nel quale i protagonisti e il narratore sono cresciuti.
Particolarmente interessanti sono le pagine che riflettono sulla cultura e la società italiane, sempre considerate in rapporto all'evoluzione che hanno subito negli ultimi quarant'anni. Ecco ad esempio come viene interpretato da Albinati l'eterno dilemma tra vita attiva e vita contemplativa: 



O il degrado del suo quartiere:  


Questo tono tagliente e disincantato caratterizza la maggior parte del libro, così come un certo sarcasmo a tratti anche autoironico. I preziosi momenti in cui il narratore sembra lanciare un breve bagliore sull'inesplicabile (perchè tanta violenza gratuita? Perchè rischio di trovarla anche dentro di me?) si trovano però al di là di ogni sarcasmo possibile e riescono ad attingere all'universale.