Non sempre caro

C'è un grande dibattito attorno al Giovane favoloso, il film di Mario Martone dedicato alla vita di Giacomo Leopardi. L'ho visto e voglio dire la mia. Dichiaro subito che Elio Germano è uno dei miei attori preferiti, quindi il mio giudizio sarà fortemente influenzato dall'unidirezionale ed elettiva affinità che sento con le principali scelte professionali che Germano ha effettuato nel corso della sua carriera, nonché dal mio incondizionato apprezzamento per il suo talento. Anche Michele Riondino, che interpreta Ranieri, l'amico di Leopardi che lo mantenne e che passò con lui l'ultimo periodo della vita del poeta, è un bravo attore e lo dimostra in questo film. In generale, tra gli attori e le attrici del film, non ce n'è stato nessuno che non mi ha convinto. Ciascuno ha saputo interpretare in modo convincente la propria parte.
La prima metà del film, ambientata a Recanati, proietta sullo schermo ciò che ognuno di noi (o quantomeno io) immagina quando studia Leopardi alle superiori: la vita di una specie di geniale secchione, segregato in casa dai genitori che gli permettono però di accedere a una biblioteca fornita di tutte le opere importanti all'epoca, il rapporto affettuosissimo coi fratelli, i problemi di salute, la corrispondenza con gli intellettuali dell'epoca che lo riconoscono come un grande poeta.
La seconda parte, tuttavia, risente di alcune scelte registiche o forse di montaggio che non sono riuscita a condividere e ad apprezzare. Innanzitutto, l'intervento sul corpo del protagonista: Germano recita l'ultima parte del film piegato in due, completamente deformato dalla gobba ma con lo stesso viso fresco che aveva all'inizio del film, ovvero, secondo l'intreccio, 10 anni prima. 10 anni che, in giovane età e con una pessima salute, si dovrebbero vedere anche in viso. Sempre a proposito di corpi, per quanto io abbia apprezzato esteticamente il nudo integrale di Riondino, non ho capito perché è stato inserito nel film. Spero non per fare cassetta.
Seconda osservazione: Leopardi ha lasciato il segno nella storia essenzialmente come poeta. Non condivido del tutto la scelta di rendergli omaggio raccontando la sua vita in un film: Leopardi stesso (lo fa anche il personaggio del film) si irritava se qualcuno cercava di trovare un nesso causale tra i suoi problemi di salute e il suo pessimismo. Per estensione, un'opera che si concentra sulla vita di Leopardi e non sulla sua opera forse non gli rende giustizia. Una sorta di introduzione riguardante la vita, come la prima parte di questo film, può essere utile e dilettevole. Tuttavia, un film del genere avrebbe dovuto essere costruito attorno a una tesi (magari a un'ardita ipotesi di ambito letterario - tipo Il nome della rosa) o a una vicenda articolata che comunque non può ridursi alla mera traduzione in immagini di una serie di dati biografici. La voce off di Germano recita alcune delle opere più celebri di Leopardi, ma diventa difficile accompagnare con immagini queste parole che sì designano oggetti concreti, ma solo per spingere la mente ad elaborare concetti astratti. Insomma: è chiaro che se la lettura de L'infinito fuori campo chiosa immagini di Germano che guarda la siepe, sbircia oltre, chiude gli occhi e si abbandona, lo spettatore non apprenderà nulla di nuovo su Leopardi, su L'infinito né sul senso della vita. Ricorderà semplicemente che quel colle, quella siepe, sono realmente esistiti e costituiscono la sponda dalla quale Leopardi si è lanciato per immaginare il concetto più astratto che ci sia: il concetto di infinito. Non pago di comparare il finito all'infinito, riuscì anche a mettere in versi - e che versi!- questo concetto, in modo da aiutare anche un po' l'immaginazione nostra. In un paio di casi le opere di Leopardi prendono vita sullo schermo, ad esempio nella scena che drammatizza il Dialogo della natura e di un islandese, nel quale lo stesso Germano interpreta l'islandese. Si tratta di un tentativo che resta però un po' fine a se stesso.
Insomma, il film mi è piaciuto così così: forse per un pubblico che non conosce le principali opere di Leopardi (un pubblico straniero, ad esempio) il film può incuriosire e aprire uno spiraglio nei confronti del pensiero del poeta, articolatissimo e più vicino a noi di quello di molti suoi contemporanei. Invece, per chi vuole andare al cinema ad ammirare un'opera d'arte, magari imparando anche qualcosa di nuovo, la trama del film non risulta particolarmente significativa e le tante tracce interessanti vengono appena accennate e mai sviluppate in un intreccio vero e proprio. Ad esempio, la scena in cui Leopardi e il fratello raccolgono le nocciole cadute di mano a Silvia per porgergliele mostra un'avidità di contatto e di amore che potrebbe dare il via a una vicenda di amore e morte, vicenda che trova adeguato spazio solo nelle poesie che tutti conosciamo. L'opportunità che fornisce al cinema un fiore telegenico come la ginestra non è stata pienamente colta: si sarebbe potuto trasmettere con altro mezzo ciò che ha scritto Leopardi, riflettendo sul fatto che, nonostante la costante minaccia della lava, la ginestra continua a spandere il suo profumo. Al posto di Martone, avrei suggerito che forse possiamo trovare nella grazia un po' rustica di questo fiore un esempio di vita, un esempio che Leopardi stesso ci ha dato producendo migliaia di pagine indimenticabili nonostante le miserie che ha vissuto nella sua quotidianità.
Detto questo, se il film può servire a riscoprire Leopardi e a cercare di emularlo nella finezza di espressione e nella minuziosità con cui analizzava le emozioni umane, allora ben vengano tanti altri film come questo.