Kung fu e risate

Qualche tempo fa ho letto Il vangelo secondo Biff, di Christopher Moore (Elliot edizioni), uno dei romanzi più spassosi che mi sia mai capitato tra le mani. Racconta la vita di Gesù dai cinque ai trent'anni dal punto di vista del suo migliore amico, Levi detto Biff, resuscitato a duemila anni dalla morte di Gesù per scrivere un nuovo vangelo.

In questo libro Gesù sa di essere il nuovo messia, ma non ha idea di come farlo, e così, dopo qualche avventura in patria, lui e Biff si incamminano per un lunghissimo viaggio che li porterà fino all'estremo oriente alla ricerca dei tre re magi, per chiedere loro consigli e indicazioni. Gesù imparerà molte cose durante questo viaggio (ad esempio a moltiplicare i pani e i pesci), mentre Biff non imparerà mai nulla. Condividerà con Gesù innumerevoli esperienze di vita, insegnamenti per iniziati, meditazioni ma, sempre portato a fare meno fatica possibile e a fraternizzare con le belle donne, certo privo dei doni innati di Gesù, non riuscirà quasi mai a mettere a frutto gli insegnamenti ricevuti e si limiterà a cercare di strappare Gesù al suo destino.

Ovviamente la parte che più mi ha fatto ridere è quella dedicata al kung fu che, secondo questo libro, è stato inventato da Gaspare, uno dei re magi, e tradotto significa "metodo con cui dei piccoletti pelati possono atterrarti con dei calci" (p.293). Leggendo Il vangelo secondo Biff ho capito che non sono l'unica a frequentare lezioni di kung fu senza riuscire a smuovere il qi: c'è anche Biff! Ci sarebbero diversi passi da trascrivere, uno più spassoso dell'altro, a proposito di diversi argomenti. Riguardo al kung fu ne scelgo uno che, spero, potrà dare un'idea del tono generale del libro. Biff, Gesù e altri monaci, incluso Gaspare, vanno a meditare nella neve, in alta quota. C'è un freddo insopportabile ma tutti i monaci, grazie alla dura disciplina appresa, restano insensibili al freddo e addirittura, ogni volta che il vento si placa, emanano vapore e sciolgono la neve. Biff, che non ha imparato nulla, no. Sta per morire assiderato, e chiede inutilmente aiuto agli altri che, assorti nella meditazione, non si accorgono di nulla.
"Poichè era ovvio che non avrei raggiunto lo stato di trance in tempo per salvarmi la vita, la mia unica alternativa era approfittare del loro.
All'inizio sistemai i monaci in un grosso mucchio, cercando di tenere gomiti e ginocchia lontano da occhi e testicoli, in segno di rispetto e per via dello spirito del Buddha infinitamente compassionevole e roba simile. Sebbene emanassero un calore impressionante, scoprii che potevo scaldare solo un lato del mio corpo per volta. Poco dopo, disponendo i miei amici in circolo con il viso rivolto verso l'esterno e sedendomi nel mezzo, riuscii a costruirmi un posticino confortevole e a tenere a bada il freddo. In una condizione ideale, avrei avuto bisogno di altri due monaci da stendere sopra il mio rifugio per tener fuori il vento ma, come diceva il Buddha, la vita è sofferenza eccetera eccetera, e così soffrii. Dopo aver scaldato un po' di tè sulla testa del monaco numero Sette, e dopo aver infilato uno dei cilindri di riso sotto al braccio di Gaspare, fino a quando non si fu scongelato, riuscii a godermi un pasto piacevole e mi addormentai con la pancia piena" (p.316)